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Pace a quattro voci

Nell'estate del 2000 un gruppo di giovani provenienti da quattro diversi paesi (Italia, Germania, Israele, Territori dell'Autorità palestinese) accompagnati da alcuni educatori - due per ogni delegazione - ha trascorso dieci giorni a Monte Sole, ospite della struttura destinata come sede della futura Scuola di Pace.

Tale iniziativa, Pace a quattro voci, finanziata dalla regione Emilia Romagna con un contributo dell'Unione Europea, era progettata e curata dal Coordinamento delle Associazioni per Monte Sole, da tempo impegnato sul versante dell'educazione alla risoluzione nonviolenta dei conflitti.

Nell'intenzione degli ideatori il campo estivo avrebbe dovuto rappresentare una sorta di esperimento, per quanto riguarda metodi e contenuti affrontati durante il periodo trascorso insieme, destinato a produrre un progetto più complesso da realizzare nell'estate successiva. Più in generale, avrebbe dovuto offrire l'occasione per mettere a punto un approccio all'educazione al dialogo e alla convivenza che tenesse conto della specificità del luogo nel quale si realizzava l'incontro, Monte Sole appunto, fortemente connotato dall'essere stato teatro, durante la seconda guerra mondiale, di uno degli eccidi più terribili commessi dai nazisti con l'aiuto dei fascisti, del quale conserva ancora tracce visibili.

Il bilancio di quelle giornate è stato ampiamente positivo, ma nel 2001 l'esperienza non ha avuto seguito. Il livello di violenza a cui, nel corso dell'estate, era giunto il conflitto israelo-palestinese ci ha indotto a rimandare l'incontro tra i giovani. Soprattutto ragioni di prudenza ci hanno suggerito di non sottoporre degli adolescenti ad un rischio terrorismo, che si temeva soprattutto da parte israeliana, anche in un difficile contesto internazionale.

Oggi la situazione in Medio Oriente è, se possibile, peggiorata, ma, paradossalmente, è proprio per questo che pensiamo di riprendere il nostro progetto nel corso della prossima estate: ce lo chiedono in particolare Israeliani e Palestinesi. Questa decisione è solo apparentemente in contraddizione con quella presa l'anno passato. In un momento in cui non sembra ormai esservi spazio per la speranza, mentre una qualche soluzione politica si allontana sempre di più, chi crede veramente nella pace e nella convivenza come unica strada percorribile - ce ne sono ancora, nonostante tutto, da una parte e dall'altra, a Ramallah e a Tel Aviv - accetta di impegnarsi fino in fondo anche a costo di correre qualche rischio. Mentre si chiudono tutti i canali di comunicazione a livello ufficiale e la parola è lasciata soltanto alle armi, una parte della società civile chiede di mantenere aperto il dialogo a tutti i livelli e di cercare una modalità nonviolenta per un confronto che sarà oggi più difficile di quanto non sia stato nel recente passato, ma che, non per questo, può essere rimandato.

Nel campo estivo del 2000 il nostro lavoro tentava di mettere a fuoco, per l'appunto, il nodo della violenza per mostrare/sperimentare la possibilità di risolvere i conflitti in modo nonviolento, a partire dalla costruzione, con i giovani partecipanti, di uno spazio di convivenza che tenesse conto del loro essere prima di tutto soggetti - ragazzi e ragazze tra i quindici e i diciotto anni - pur nella diversità delle rispettive provenienze ed appartenenze culturali.

La condivisione della vita quotidiana del Campo e le sue sessioni di studio tracciavano un percorso che, dalla consapevolezza di sé e dal riconoscimento dell'altro (diverso, ma anche nemico) conducevano ad un approfondimento sui "meccanismi" dei conflitti, anche attraverso lo strumento della conoscenza, in particolare con lo sguardo rivolto alle guerre che hanno segnato il secolo appena concluso e alle loro conseguenze sulle popolazioni inermi coinvolte anche loro malgrado.

L'esperienza ha rappresentato un 'cantiere' di sperimentazione. In primo luogo essa è stata, per scelta comune, un importante momento di confronto prima di tutto tra gli educatori - che, al di là di contatti avuti precedentemente, si incontravano tutti insieme per la prima volta - sull'approccio più efficace, sui metodi e sulle tecniche da utilizzare anche in altri contesti in percorsi di educazione alla pace, ma soprattutto in vista di una nuova esperienza più allargata da progettare per l'anno successivo. Gli adulti appartenenti alle diverse delegazioni erano infatti tutti afferenti ad organizzazioni che, nei rispettivi paesi, si occupano di formazione nell'ambito di quella che comunemente si definisce appunto educazione alla pace: esperti psicologi, pedagogisti, qualcuno con una competenza specifica anche di tipo storico. Era previsto che il lavoro con il gruppo dei ragazzi presenti avrebbe rappresentato una sorta di test, al fine di verificare la validità delle scelte operate. I giovani partecipanti si assumevano da parte loro il compito di svolgere un ruolo, per così dire, di trainers nei confronti dei loro coetanei nel corso dei futuri incontri.

Due erano i percorsi scelti per concentrare su di essi il lavoro educativo: il primo, sulla memoria, suggerito dall'ambiente nel quale si viveva l'esperienza; il secondo, sui diritti umani, curato da Amnesty International. Ai ragazzi e alle ragazze era affidato poi il compito di formulare proposte in merito alle regole del campo, al calendario giornaliero da seguire, alle necessità e ai limiti che la vita in comune impone: un incarico soltanto apparentemente 'secondario', in realtà un compito impegnativo in un'esperienza a tutto campo come quella. Tutte le ipotesi erano poi affidate ad una discussione collettiva, che comprendeva, in un confronto tra generazioni, sia i giovani sia gli adulti educatori, prima di essere definitivamente accettate. (continua alla seconda pagina)

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