Al Campo partecipavano quattro delegazioni. La presenza degli italiani e dei tedeschi non era introdotta con lo scopo di fungere da mediatori e nemmeno da 'giudici' in un conflitto aperto, rappresentato dagli altri due soggetti partecipanti, ma piuttosto con l'obiettivo di non irrigidire lo scontro, di non concentrare il confronto sul piano puramente politico, ma piuttosto di condurre, nel contesto di un dialogo più allargato, una riflessione più generale su temi come pace/guerra, incontro/scontro tra culture e religioni diverse, nella convinzione che uno sguardo anche distaccato potesse contribuire a leggere la complessità della situazione particolare in gioco.Come dire che il lavoro veniva guidato sul filo di un equilibrio delicato, ma costante tra coinvolgimento e distanza, con tutta la complessità che questa scelta introduce.

La presenza tedesca permetteva di concentrarsi, in una prima fase di lavoro, sulle memorie di un passato recente, le cui tracce erano riconoscibili nel luogo, inducendo una riflessione sul tema cruciale delle memorie, del loro rapporto con la storia, delle loro rielaborazioni nel presente e delle implicazioni che questo comporta rispetto alla costruzione dell'identità personale e collettiva, dei nessi memoria - violenza ed ancora violenza - responsabilità.

Monte Sole, come luogo di memorie di una violenza estrema, costituisce una cornice ideale per affrontare un cammino educativo che conduce - inevitabilmente, per così dire - dalla riflessione e dalla conoscenza di quel passato a porsi il problema della violenza tout court, anche attraverso la riflessione, alla quale quasi naturalmente rimanda, su quell'abisso dell'orrore che molti considerano come il segno più drammatico della barbarie di questo secolo, la Shoah, un tema sul quale, nel nostro caso, l'intero gruppo si è a lungo interrogato a partire dal contributo delle componenti israeliana e tedesca.

Soffermarsi sui conflitti e sulle violenze del passato, dalle quali ci divide quella distanza che consente di superare il piano della pura emotività, offriva strumenti per leggere i conflitti e la violenza del presente. Così come l'interazione e il dialogo fra chi riconosceva, in qualche misura, nelle radici della propria identità - nel suo essere ebreo, o tedesco, o anche italiano, "dalla parte" delle vittime o dei carnefici - una traccia più o meno profonda proprio di quella violenza, nazista e fascista che veniva lì ripercorsa, faceva intravedere, e di fatto sperimentava, la possibilità futura di aprire in qualche modo un dialogo anche fra coloro che si vivono oggi come contrapposti, nemici nel presente. Ed infine il riconoscimento della possibilità di essere percepiti ora dalla parte delle vittime, o degli 'innocenti', ora da quella dei 'colpevoli', anche a seconda dei differenti momenti storici, ed in particolare nel confronto tra il passato e il presente, consentiva di intuire la complessità dei problemi e di superare letture troppo facili e troppo schematiche.

Il lavoro comune si è sviluppato secondo un percorso che è partito dalla memoria del luogo, affidata al gruppo italiano - che ha anche, su richiesta, approfondito il nodo storico della seconda guerra mondiale - con la partecipazione attiva ed il contributo diretto della delegazione tedesca. Di qui si è passati ad una giornata curata direttamente dalla stessa delegazione tedesca, che ha affrontato la questione centrale, in Germania, della memoria della Shoah, e del significato che questo tema assume oggi per i giovani. Gli Israeliani hanno a loro volta ripreso il medesimo ambito tematico, evidentemente ineludibile in Israele, ma soprattutto le sue implicazioni di carattere educativo, la necessità e il significato che proprio l'insegnamento della Shoah può assumere anche per i non ebrei, ed in particolare per i Palestinesi. Ed alla memoria palestinese - una memoria in qualche modo negata, come gli stessi partners israeliani hanno riconosciuto - che ci riportava ad un passato più prossimo, era infine dedicata un'intera sessione di studio, a partire dalla dolorosa testimonianza di un profugo e dal racconto familiare di una delle giovani partecipanti. L'attenzione si poneva allora sul problema di che cosa significhi oggi vivere da profughi, cacciati dalle proprie case, non accettati nel luogo stesso che si abita, stranieri nella propria terra.

L'essersi concentrati sul tema della memoria, sul nesso memoria/identità, l'avere cercato di riflettere e di discutere sul diritto contrapposto, dei due popoli che vivono oggi il conflitto, ad avere reciprocamente riconosciute le proprie memorie rappresenta, a nostro avviso, il carattere distintivo di questa esperienza che ha il suo punto di snodo proprio nella presenza sul luogo e nella riflessione sulle sue memorie.

A distanza di tempo ci interroghiamo, come gruppo promotore dell'iniziativa, sul futuro, consapevoli del fatto che qualunque iniziativa cercheremo di portare avanti sarà poco o nulla di fronte a quanto sta accadendo in Israele Palestina. Tuttavia resta nostra intenzione rispondere positivamente alle richieste che ci sono giunte e riprendere il progetto nel corso della prossima estate.

Nadia Baiesi, Vicepresidente del Landis (Laboratorio Nazionale per la didattica della storia), coordinatrice delle Associazioni per Monte Sole, responsabile del Progetto Pace a quattro voci.

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