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Relazione finale sul convegno/seminario U... Servizio di apertura al pubblico - Nuovi orari
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Relazione finale sul convegno/seminario
Una riflessione su cittadinanza e democrazia: il nodo degli anni Settanta.
L’Italia nel contesto internazionale
Bologna, 29 settembre-1° ottobre 2011
Palazzo della Provincia, Sala dello Zodiaco, Via Zamboni 13
Convegno organizzato dal Landis, con il patrocinio e il contributo finanziario della Regione Emilia-Romagna, il patrocinio e la collaborazione della Provincia di Bologna, il patrocinio dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia-Romagna, la collaborazione del Cedost (Centro di Documentazione Storico-Politica sullo Stragismo), di Isrebo (Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Bologna Luciano Bergonzini), dell’Istituto Parri Emilia-Romagna, di IRIS (Insegnamento e Ricerca Interdisciplinare di Storia) e di Euroclio (European Association of History Educators).
L’obiettivo del convegno era di richiamare l’attenzione della società e soprattutto del mondo della scuola su un decennio della nostra storia recente, che rappresenta un nodo irrisolto nella storia e nella memoria italiane: gli anni Settanta, anni di duri scontri sul piano sociale e politico, anni segnati da violente minacce alla democrazia e dal dispiegarsi della lotta armata, ma anche di riforme che hanno sicuramente rafforzato i diritti di cittadinanza e la partecipazione democratica. La prima sessione è stata, infatti, dedicata a illustrare e approfondire la varietà di aspetti che ha caratterizzato in Italia il decennio esaminato.
Durante tale sessione sono intervenuti Alberto De Bernardi, dell’Università di Bologna e Presidente dell’Istituto Parri Emilia-Romagna, Maurizio Ridolfi (Università della Tuscia) e Giovanni Moro (Università di Macerata). Alberto De Bernardi ha sviluppato un ampio excursus sulla storia d’Italia, mostrando come la costruzione dell’identità nazionale e della cittadinanza siano strettamente unite e intrecciate fra loro. All’inizio della storia dell’Italia unita, il processo di costruzione dell’identità nazionale è stato condizionato da tre nodi irrisolti: la negazione del conflitto sociale, che ha trovato prima espressione nel brigantaggio, l’opposizione fra Stato e Chiesa, che ha impedito per molto tempo l’inclusione e un reale contributo dei cattolici allo sviluppo dello Stato, e il conflitto fra moderati e democratici, che ha portato a due narrazioni profondamente diverse dello stesso Risorgimento; tali conflitti sono stati artificialmente ricomposti dal Fascismo, che ha negato l’unico vero collante di tutte le istanze risorgimentali, ovvero la religione della libertà. La Resistenza ha invece contribuito a un reale superamento di tali fratture, ma ne ha prodotto essa stessa una nuova, nel momento in cui le si è voluto negare il carattere di guerra civile. La rimozione di tale memoria ha impedito di fare realmente i conti col nostro passato. Gli anni Settanta hanno visto nuovamente riemergere le profonde fratture della società italiana, e le diverse identità in essa presenti; hanno tuttavia mostrato anche quanto forte fosse stato il cammino comune: il riconoscimento di un arco costituzionale in cui, al di là delle differenze, si riconoscevano tutti i partiti che lottavano contro la minaccia alla democrazia, ha dimostrato che alcuni valori fondamentali erano ormai diventati patrimonio comune della maggioranza degli Italiani. Maurizio Ridolfi nel suo intervento ha sottolineato la necessità di contestualizzare la realtà italiana degli anni Settanta, collocandola in un quadro più ampio di trasformazioni politiche, economiche, sociale culturali, e arricchendola di una dimensione comparativa. Per analizzare e comprendere gli eventi italiani di quel periodo è necessario far interagire le trasformazioni avvenute sul piano internazionale (tra guerra fredda e distensione) e nel contesto nazionale (le culture politiche, i nuovi soggetti, la crisi dell’identità repubblicana), così come le risposte alla crisi (economica, il terrorismo) tanto dello Stato (sistema politico e istituzioni) quanto delle forme associate di partecipazione alla vita pubblica (partiti e organizzazioni di massa). In generale, il decennio appare come un periodo caratterizzato da contraddizioni e ambiguità, da fattori di crisi che innescano processi importanti di mutamento, a tutti i livelli. Il 1978 può essere considerato un anno spartiacque, non solo per il rapimento Moro, culmine e al tempo stesso inizio della fine del fenomeno terroristico, ma anche per l’elezione di Pertini, che inaugura un nuovo ruolo della Presidenza della repubblica, sempre più marcato, man mano che si accentua la crisi dei partiti, e l’accesso al soglio pontificio di un Papa polacco, Giovanni Paolo II, il cui nome è legato alla crisi del comunismo in Europa orientale, ma che in Italia segnala anche la fine di un certo ruolo centrale della Democrazia Cristiana, che aveva garantito la stabilità politica nei primi trent’anni della storia dell’Italia repubblicana. Giovanni Moro, intervenuto sul tema specifico della Cittadinanza e l’eredità degli anni Settanta, ha mostrato come, guardando agli anni ’70, si possano cogliere sostanziali mutamenti nel contenuto e nell’estensione della cittadinanza, in tutte e tre le dimensioni costitutive della cittadinanza stessa: i diritti (definizione di nuovi diritti dei cittadini, legati soprattutto alla dimensione quotidiana della democrazia); l’appartenenza (emergere di nuove identità sociali, indebolimento della forza identitaria del movimento cattolico e del movimento operaio, moltiplicazione delle appartenenze degli individui, ecc.); la partecipazione (emergere di movimenti di partecipazione legati al territorio, ai servizi pubblici, al welfare, ecc.; nascita dell’attivismo organizzato dei cittadini e di forme di partecipazione politica oltre i partiti, ecc.). Da questo punto di vista, ciò che è avvenuto in Italia appare coerente con i dinamismi che nello stesso periodo hanno caratterizzato altri paesi, non solo europei. Quella che appare come una specificità della situazione italiana, invece, è la compresenza di due tipi di conflitti politici e sociali, con agende, poste in gioco e sistemi di priorità diversi e in un certo senso alternativi. Il primo (che nella storiografia appare come l’unico esistente) è un conflitto di sistema, riguardante il regime politico dell’Italia repubblicana e connesso al paradigma di Yalta. Il secondo (nascosto e non riconosciuto) è invece un conflitto di cittadinanza, riguardante la costruzione di una democrazia capace di riconoscere ai cittadini un ruolo centrale nella vita pubblica. I due conflitti non si sono mai composti e hanno anzi interagito più negativamente che positivamente. Riguardo al loro sviluppo e alle loro relazioni, si può ipotizzare che, malgrado una “modernizzazione civile” del paese, la cittadinanza abbia avuto uno sviluppo carsico e, dal punto di vista più strettamente politico, quella italiana sia rimasta fino ad oggi una democrazia “in condominio” tra partiti senza fiducia e cittadini senza rilevanza politica.
Nel corso della II Sessione, lo sguardo si è distaccato momentaneamente dall’Italia, con interventi che hanno permesso di rivolgere l’attenzione sia al contesto internazionale generale sia ad alcuni paesi (Spagna, Portogallo, Grecia, Cile e Argentina), le cui vicende si sono allora intrecciate in vario modo con quelle italiane. Emanuele Castelli (Università di Bologna) ha illustrato in modo molto ampio ed approfondito il contesto internazionale, mostrando come la politica internazionale abbia vissuto, negli anni Settanta, un periodo di forte mutamento, i cui effetti sono giunti fino ai giorni nostri: l’emergere dell’Unione Europea, resa possibile dal processo di democratizzazione attuatosi in Spagna, Portogallo e anche in Grecia, dopo la parentesi dei colonnelli; l’ascesa della Cina comunista come potenza economica, esito della transizione iniziata dopo la morte del “Presidente Mao”; il terrorismo islamista, infine, che è prodotto della radicalizzazione religiosa iniziata proprio in quel frangente storico. Gli eventi europei sono stati poi sviluppati e approfonditi da Leonida Tedoldi (Università di Verona), che ha illustrato le particolari modalità attraverso cui si è svolto il processo di democratizzazione della Spagna (transiciòn sin ruptura) e del Portogallo, e da Cinzia Venturoli (Università di Bologna, Cedost e Landis), che si è soffermata sul periodo della dittatura dei colonnelli in Grecia (1968/1974), illustrandone cause e aspetti, e soprattutto le importanti ripercussioni che i fatti di Grecia ebbero in Italia, in particolare l’attenzione e il consenso che tali fatti ebbero presso l’estrema destra, cui si contrapponeva la preoccupazione da parte dei partiti e dei movimenti democratici nei confronti di un’eventuale svolta autoritaria anche in Italia. Con Enrico Calamai, già Console d’Italia a Buenos Aires al tempo dell’instaurazione della dittatura militare, lo sguardo si è rivolto verso l’America latina, in particolare verso il Cile e l’Argentina, dove i processi di democratizzazione in corso furono brutalmente arrestati dall’intervento dei militari, sostenuti dalla CIA. Calamai ha illustrato le analogie fra i due colpi di Stato, ma soprattutto le differenze: alla spettacolarizzazione della violenza repressiva in Cile, si contrappone, infatti, l’oscuramento su quanto avveniva in Argentina. Paradossalmente, il mezzo televisivo si è dimostrato il principale alleato dei militari argentini, che hanno potuto evitare l’isolamento cui erano stati condannati dall’opinione pubblica internazionale i colleghi cileni. L’informazione sarebbe tuttavia egualmente trapelata senza la complicità dei Governi occidentali, cui non mancava certo la possibilità di allertare i media. Il comportamento stesso dell’Italia è stato molto ambiguo: tentare un quadro d’insieme dell’operato dell’Italia con ognuna delle due dittature, può aiutare a fare chiarezza sulle costanti della nostra politica estera, con particolare riguardo alla dialettica tra tutela degli interessi economici e dei diritti umani, tra realpolitik ed etica internazionale. Può inoltre incoraggiare una riflessione critica su come vada inteso l’interesse nazionale, o, se si preferisce, la ragion di Stato nell’attuale contesto mondiale, caratterizzato da un darwinismo orwelliano che ben potrebbe di colpo ritorcersi contro l’edulcorata percezione iconografica del reale, sistematicamente predicata dai nostri teleschermi.
La III sessione è stata dedicata al tema dell’”insegnabilità” degli anni Settanta e, più in generale, alle buone pratiche per affrontare sul piano didattico i cosiddetti “temi sensibili”. Tale sessione si è articolata in due momenti: dapprima una tavola rotonda, coordinata da Maria Laura Marescalchi (Landis), cui hanno partecipato Andrea Hajek (University of London, UK), Christopher Rowe (Chief Examiner for Upper Secondary History Examinations in UK), Jonathan Even-Zohar e Mire Mladenovski (Euroclio). Andrea Hajek ha esposto gli esiti di una ricerca da lei condotta su circa 30 manuali di storia pubblicati fra il 1980 e il 2003, in cui ha studiato in modo specifico la rappresentazione dello stragismo e del terrorismo. Da tale ricerca emerge che gli anni Settanta in Italia rappresentano ancora oggi una ferita non rimarginata, che ha prodotto una specie di ‘oblio difensivo’. Questa ferita impedisce un’elaborazione seria e non governata da interessi politici, che si manifesta anche nella didattica italiana, che, nonostante la popolarità dei mass media al giorno di oggi, svolge un ruolo fondamentale nella diffusione delle memorie collettive e nazionali del passato. Jonathan Rowe ha presentato una serie di “comandamenti” per affrontare in modo efficace a scuola i cosiddetti “temi sensibili”: fra questi, emergono la necessità di contestualizzare tali temi, di trattarli attraverso la “multiprospettività”, di promuovere l’interattività fra docente e studenti e fra studenti, di potenziare le capacità di ascolto. Jonathan Even-Zohar e Mire Mladenovski hanno illustrato le attività di Euroclio a favore di un rinnovamento della didattica della storia che favorisca lo sviluppo delle competenze di cittadinanza e il dialogo multietnico. Mire Mladenosvki si è soffermato in particolare sulla situazione del suo Paese, la Repubblica ex jugoslava di Macedonia, dove a programmi piuttosto conservatori e che tendono a soddisfare lo spirito nazionalistico delle diverse etnie presenti, si contrappone l’azione di alcuni insegnanti, che innovando sia sul piano dei contenuti sia soprattutto sul piano metodologico (pratiche ispirate alla pedagogia attiva e cooperativa) cercano di favorire il dialogo fra studenti di diversa origine.
Alla tavola rotonda sono poi seguiti alcuni workshops, per fornire ai partecipanti alcuni esempi concreti di buone pratiche: Maurizio Gusso, Leonardo Rossi e Giovanna Stanganello (Iris) hanno presentato un’attività dal titolo: Storie politiche degli anni Settanta in alcune canzoni italiane, spagnole, polacche, portoghesi e brasiliane . Tale attività si è così articolata: 1. Maurizio Gusso e Leonardo Rossi, Presentazione del Seminario. Premessa metodologica sugli usi didattici delle canzoni come fonti storiche. 2. Leonardo Rossi, Pulsazioni, misure, sincopi e pause. Storia politica degli anni Settanta attraverso il canto politico e sociale 3. Maurizio Gusso, Storia e politica in alcune canzoni d’autore spagnole, portoghesi e polacche (1968-1980). 4. Giovanna Stanganello, Prove tecniche di regime. Denuncia e simbolo nella canzone lusofona (1965-1977).5. Dibattito e repliche dei conduttori. Cinzia Venturoli (Univeresità di Bologna, Cedost e Landis) e Angela Verzelli (Isrebo): hanno a loro volta presentato: Terrorismi a confronto, in cui attraverso l’uso di fonti di tipo storico descrittivo, iconografico e altro materiale grigio, hanno condotto un confronto su varie forme di terrorismo (nero, rosso, etnico) in Italia e in Europa fra gli anni Settanta e Ottanta. E’ stata sviluppata un’attività laboratoriale, che ha coinvolto i partecipanti, facendo loro simulare il più possibile il lavoro svolto in classe dagli studenti. Prodotto del laboratorio è stata l’elaborazione di una tabella di confronto per voci, da utilizzare in seguito col gruppo classe. Jonathan Even-Zohar e Mire Mladenovski (Euroclio), continuando il discorso avviato durante la tavola rotonda, hanno illustrato in modo più approfondito il loro lavoro, in un workshop intitolato : Multiperspectivity with a palette of many sources; examples of innovative teaching of sensitive history, mostrando pratiche tese soprattutto a liberare gli studenti da stereotipi e idee preconcette (ad esempio, confronto fra narrazioni diverse degli stessi eventi, oppure analisi di documenti per evidenziarne la pluralità di possibili interpretazioni). la parola decisiva è “multi-“: diversità di fonti, primarie e secondarie, ufficiali ed informali, di varia tipologia; pluralità di interpretazioni e ricostruzioni, al fine di favorire la nascita di un pensiero critico e dell’attitudine al dialogo e al rispetto).
Nella IV sessione, riservata ai formatori operanti negli istituti della rete Insmli, ma alla quale hanno partecipato anche alcuni insegnanti, si è cercato di operare una sintesi e una valutazione del convegno. E’ stato distribuito anche un questionario di gradimento, dal quale, oltre ad una valutazione positiva dell’iniziativa, è emersa l’esigenza di continuare a lavorare sui soggetti sensibili e sugli anni Settanta in particolare, approfondendo i temi e i numerosi spunti di ricerca emersi durante il convegno stesso.
Volendo stilare infine un bilancio della partecipazione, essa è stata notevole (82 in totale gli iscritti, anche se non tutti hanno partecipato a tutte le sessioni; in assoluta maggioranza si è trattato di docenti oppure di formatori della rete Insmli, cui la manifestazione era particolarmente dedicata; ma vi erano anche alcuni dirigenti scolastici, e alcuni dottorandi e studenti universitari; le regioni rappresentate sono state l’Emilia-Romagna, il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia, la Lombardia, la Valle d’Aosta, le Marche, la Toscana e il Lazio).